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Feb 18, 2019

Un’altra vita dopo il tennis: Andrea Gaudenzi, manager tra musica e tecnologia

Capace di battere fenomeni come Federer e Sampras , il giocatore italiano è diventato un imprenditore seriale. "Il più forte con cui ho giocato? Agassi"

Anno 2009: esce Open, autobiografia di Andrè Agassi, scritta a quattro mani con il giornalista premio Pulitzer J.R. Moehringer. Da allora il genere non sarà più lo stesso. Solo tre gli italiani citati nel volume. Il primo, e l’unico, per cui il fuoriclasse di Las Vegas spende qualche parola, è Andrea Gaudenzi.

 

Romagnolo verace, braccio veloce, mente sveglia, Gaudenzi ha scelto di raccontarsi a StartupItalia. Perchè la vita non finisce su un campo da tennis.

 

Esempio raro nel mondo dello sport professionale, la sua è la storia di una svolta. Terminata la carriera con la racchetta, il giocatore – arrivato al numero 18 del ranking mondiale – ha dovuto e saputo reinventarsi come manager e imprenditore. 

 

Talento naturale per gli affari e spirito di iniziativa non gli mancavano; ma Gaudenzi deve molto, per sua stessa ammissione, al campo da gioco. Una scuola di vita che ne ha forgiato il carattere. Ecco cosa fa ora, e come ci è arrivato.

 

L’intervista

 

Gaudenzi, partiamo dalla carriera sportiva. Giocatore di tennis professionista: risultati importanti, fama. Cosa è successo dopo?

Ho cominciato presto a giocare. Sono andato al Centro federale a Roma a 13 anni, ma da subito i miei hanno insistito perché non abbandonassi la scuola. Li devo ringraziare: sapevano che ci sarebbe stato un “post carriera”. Così, quando da junior ho vinto Roland Garros, non ho giocato né Australian Open né Winbledon: dovevo sostenere l’esame di maturità.

 

Nel 2003 la carriera finisce. Mai pensato di fare il coach?

Non mi piaceva l’idea di continuare nel mondo del tennis, almeno non come allenatore. Così, mentre giravo il mondo giocando, mi sono laureato in giurisprudenza a Bologna. La settimana dopo l’ultimo torneo mi sono iscritto a un MBA (Master in Business Administration, ndr) Sono sempre stato stato versato con i numeri e la tecnologia.

 

I primi passi sono nel mondo corporate. 

In realtà ho cominciato nello sport marketing mettendo in piedi un’agenzia che gestiva calciatori; poi ho pensato di fare un’esperienza in azienda, e ho lavorato per 5 anni in Bwin seguendo i contratti di sponsorizzazione con Milan, Real Madrid. Nomi importanti. Si è creato un forte legame con la componente business del lavoro, che ancora oggi è quella che preferisco. Mentre ero lì,  l’azienda ha comprato Giocodigitale. Fondata da Carlo Gualandri,  che ha realizzato una delle exit di maggior successo in Italia, è stata tra le prime realtà nel campo degli internet games. Ho lavorato due anni su integrazione ed espansione, arrivando a essere a capo di tutti i mercati dell’azienda. A quel punto ero pronto per un’esperienza da imprenditore.

 

Il grande salto. 

Bwin mi ha finanziato una startup nel campo del social gaming: si chiamava Real Fun Games. Un’esperienza durata 4-5 anni da cui ho imparato tantissimo. A quel punto Carlo Gualandri ha avuto un’altra idea: si tratta di Soldo, che si occupa di servizi finanziari. E’ una società basata a Londra, ma il team di sviluppo lavora a Roma. Altri due anni intensi. Infine incontro Max Ciociola, che con la sua capacità di seduzione mi porta in Musixmatch, dove lavoro ora.

 

Dal gaming ai testi delle canzoni. Qual è il legame?

Musixmatch è una data company in ambito musicale che si interfaccia da una parte con publisher come Warner e Sony che detengono i diritti delle canzoni e dall’altra con le piattaforme che la diffondono come – ad esempio – Spotify ed Apple Music. Abbiamo creato un database con i testi ma non solo: ci sono traduzioni, dati di sincronizzazione e moltissimi altri metadati. Infine, abbiamo sviluppato una parte di AI per analizzare mood e sentiment delle liriche.

 

 

Per farci cosa?

Oggi le playlist e le opzioni di recomendation sono proposte su base audio: l’algoritmo inquadra una canzone come “happy”se il tempo è veloce. Di solito il sistema non tiene in considerazione il significato delle parole, la poesia che c’è dietro la musica. Noi, invece, lo facciamo. Riusciamo a proporre canzoni in linea con l’umore del momento: per cui se si tratta di sofferenza amorosa, ecco arrivare una canzone che tratta il tema; se si parla di rapporti di amicizia adolescenziali, si scelgono i testi che parlano di litigi fra teenager, e via dicendo. Essere in grado di estrarre questi dati ha un grosso valore per le aziende che devono ingaggiare pubblico, perché significa offrire servizi estremamente graditi agli utenti, playlist personalizzate e via discorrendo.

 

E pare siate stati bravi a farlo.

A oggi, in tre anni, siamo orgogliosi di avere relazioni con le società di tecnologia più capitalizzate al mondo, Apple, Facebook, Google e Amazon. Ma ci sono ovviamente anche altri clienti, ad esempio Shazam. Siamo diventati leader nel nostro mercato.

 

Da imprenditore, è entrato anche nel capitale della società?

Si tratta di informazioni confidenziali. C’è parte di equity, comunque. E da qui a un mese entrerò nel board assieme a Massimo, Gianluca e ai soci di venture capital che ci hanno finanziato.

 

 

Nel suo profilo leggo, però, che non ha chiuso del tutto con il tennis. 

Si, è vero. Sono nel board di ATP Media, società che detiene e commercializza i diritti dei tornei Master Thousand 500 e 250: in pratica tutto il tennis tranne il Grande Slam.

 

Siamo sempre nell’ambito del marketing.

Esattamente. Negli ultimi 15 anni il movimento è cresciuto molto grazie a giocatori come Federer, Nadal, ma fino a poco tempo fa la maggior parte introiti arrivavano dalla distribuzione e vendita dei diritti lineari ai broadcaster come Sky ed ESPN. Oggi la distribuzione digitale consente di raggiungere direttamente i consumatori. ATP ha pensato di cavalcare l’onda e sviluppare Tennis TV, un’app su cui sono disponibili tutti i contenuti in tempo reale. Ma c’è anche un archivio digitalizzato che parte dal 1990 e arriva fino a oggi.

 

Facile chiedere se c’è anche lei.

C’è semifinale Muster-Gaudenzi del ’95, sì.

 

Alla fine è tornato al tennis.

Il mio non è un ruolo esecutivo, sono solo 4 board meeting all’anno, ma metto a disposizione la mia esperienza nel mondo del business e della tecnologia, e naturalmente la conoscenza dell’ambiente. E’ anche l’occasione per rivedere vecchi amici e assistere a qualche torneo, come ad esempio gli US Open.

 

 

Il vissuto da atleta l’ha aiutata nel mondo degli affari?

Credo fortemente che un ragazzo che ha fatto sport a livello agonistico, non necessariamente da professionista, abbia una marcia in più. Lo sport educa alla disciplina, al sacrificio e al raggiungimento di obiettivi: qualità utili anche nel mondo del business. Quello che manca è riuscire a dare a questi giovani un’educazione di livello in parallelo alla carriera sportiva. In Italia e Europa siamo indietro da questo punto di vista. Oggi è possibile solo negli Stati Uniti, dove puoi riuscire anche a giocare a tennis ad alto livello anche se frequenti un college; e infatti negli ultimi anni abbiamo avuto nella top ten giocatori usciti dalle università. Provare a fare il salto nel professionismo mentre si studia: se non ci riesci, pazienza, ma almeno entri nel mondo del lavoro con un titolo.

 

Lei, ad ogni modo, fa parte di quelli che hanno studiato. Cosa ha provato una volta appesa la racchetta al chiodo? Tutto facile?

Ripartire in un altro settore è stato difficile. Avessi continuato nel tennis, avrei avuto un nome, un pedigree, sarei stato qualcuno. E invece a 30 anni ho dovuto prendere il mio zainetto, lo scooter e frequentare un MBA 8 ore al giorno, quando io ne passavo cinque al giorno ad allenarmi all’aria aperta. Insomma, ricominci in un mondo dove non sei nessuno.

 

E dove magari era visto come “quello che gioca a tennis”.

Esattamente. Ti dicono “Cosa ci fai qui, non farmi perdere tempo”. Purtroppo è la mentalità che c’è in Europa. Negli USA hanno grande rispetto per il passato agonistico; da noi c’è la tendenza ad associare lo sportivo alla mancanza di istruzione. Ma chi ha giocato ha risolto problemi, ha girato il mondo sin da giovane, ha allenato la mente e parla le lingue: sono soft skills che nella nostra mentalità non vengono apprezzate a sufficienza. Del resto è chiaro: se forziamo i ragazzi che vogliono provare una carriera professionistica a lasciare la scuola, diventa difficile integrarsi nel mondo del lavoro a carriera finita. Ed è difficile anche rimettersi a studiare a 30-35 anni perché di tempo ne è passato troppo…

 

C’è un episodio che ricorda di quei tempi?

Una volta avevo un appuntamento a Roma. Arrivo in aereo, solo per sentirmi dire che la persona che dovevo vedere era impegnata e non poteva ricevermi. “Richiami la mia segretaria” mi ha detto, e ha chiuso la comunicazione. Sono tornato indietro con il primo volo. Non ci ero abituato. Da giocatore, c’era una macchina ad aspettarmi all’arrivo, l’autista che mi portava in un hotel a cinque stelle. Il cambio di passo e di vita è stato duro, per non parlare dell’abitudine a stare otto ore al giorni di fronte a un pc…

 

Comprensibile. Il suo percorso da sportivo a imprenditore mi fa venire in mente un parallelo con quello che compie chi a 35- 40 anni decide di cambiare carriera. Può succedere che un’azienda entri in crisi e ci si trovi a doversi reinventare, ma anche che si decida di dedicarsi a un’attività più in linea con le proprie aspirazioni. Quanto è difficile cambiare carriera in Italia? 

 

Molto. L’approccio anglosassone è che se hai provato a fare qualcosa e hai fallito, il tentativo ha un valore in sé. Fai bella figura a raccontrlo in un colloquio. “Come è andata?” “Malissimo abbiamo dovuto chiudere dopo tre anni”. Ma prendersi un rischio è considerato un grosso valore. In Europa, e in Italia in particolare, tendiamo a guardare un po’ più in superficie. Se è andata bene, se hai avuto successo sei ok, altrimenti sei uno “sfigato”. Il fatto è che siamo attaccati concettualmente, e culturalmente, al posto fisso di lavoro.

 

Ricette per un ventenne di oggi?

Buttarsi, seguire i propri sogni. Fare quello che piace. E poi avere umiltà. Prima di lanciarmi come imprenditore ho tracorso qualche anno in un’azienda per vedere come funziona, imparare. È stata una grande scuola. Se devo pensare a un’altra qualità, direi la capacità di accettare la sconfitta. In questo lo sport aiuta. Da tennista, a parte Federer e Nadal, si perde più o meno tutte le settimane. Nella vita da imprenditore è lo stesso: passi dalle stelle alle stalle, un giorno va bene e quello dopo è un dramma, oggi vendi, domani hai finito i soldi, devi chiedere capitali, i clienti non arrivano. Devi imparare a gestire l’ignoto, a non avere un futuro definito.

 

Conta la forza mentale, la resilienza di cui si parla spesso in questi anni.

Si, assieme a ottimismo e fiducia in se stessi. Se va male, non è un problema, ci hai provato. In Italia lo vediamo come un dramma, ma la paura che ci paralizza nasce da lì.

 

Chiudiamo con il tennis. Lei ha battuto Federer e Sampras, come tiene a sottolineare nel curriculum. Qual è stato l’avversario più duro contro cui ha giocato?

Nettamente Agassi. Ma solo quando era in forma. Sampras era capace di mantenere costante il rendimento; Agassi aveva periodi in cui era impossibile giocarci per quanto era bravo, e altri in cui poteva perdere contro chiunque. Io ho avuto lo sfortuna di trovarmelo di fronte 4 volte, e sempre quando era numero uno del ranking. Avevo l’impressione di giocare contro un rullo compressore, lui giocava a ping pong e io dietro che correvo…

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