Incertezza sulla ripresa del campionato. Quanto vale il calcio in Italia?

Ultimo aggiornamento il 30 aprile 2020 alle 14:42

Campionato: ripartire o no. Ma quanto vale il calcio in Italia?

Ancora incertezza sulla ripartenza del campionato. Quanto vale l'indotto calcio in Italia? Numeri e riflessioni con Andrea di Biase (Calcio Finanza)

Il campionato deve ripartire? Su questa domanda c’è ancora grandissima incertezza. Gli interessi in gioco sono tanti, soprattutto economici. Di questo e altro, ne abbiamo parlato con Andrea Di Biase di CalcioFinanza il primo sito internet italiano dedicato agli aspetti economici, finanziari e gestionali del calcio italiano e internazionale, rivolto sia a un pubblico di tifosi e appassionati, sia ai professionisti del settore.

C’è grande confusione sulla ripresa del calcio, si ritiene illogico e discriminatorio far riprendere l’attività negli impianti sportivi ai tesserati di discipline individuali e non consentire ai calciatori professionisti gli allenamenti.

Analizzando i presupposti su cui si basa l’ultimo Dpcm il congelamento fino al 18 maggio degli allenamenti collettivi ha sicuramente una sua logica. Francamente non ho capito però la ragione per cui un calciatore professionista, a differenza degli atleti delle discipline individuali, non si possa allenare da solo nel centro sportivo del proprio club rispettando i protocolli di sicurezza.

Lega, Federazione, Governo, chi dovrebbe mettere chiarezza e decidere se il calcio deve riprendere?

La responsabilità spetta al Governo. La Lega e la Federazione andrebbero a infilarsi in pericolose questioni legali.

In Francia, la Ligue 1 ha definitivamente deciso di bloccare il campionato di calcio, un brutto segnale per i tifosi che si augurano la ripresa della Serie A?

 Sì, specie se consideriamo che il governo francese, almeno fino a qualche giorno fa, sembrava avere un piano per la cosiddetta “Fase due” un po’ più audace in termini di riaperture rispetto a quello del governo italiano.

Tanti interessi in gioco, per capire, qual è l’indotto economico del calcio in Italia?

Nel 2017-2018 (ultimi dati ufficiali disponibili), il valore della produzione dei 3 campionati professionistici ha superato per la prima volta i 3,5 miliardi di euro. L’incidenza del valore della produzione del calcio professionistico sul PIL nazionale era dello 0,19% nel 2017. (0,17% nel 2013). Il calcio rappresenta una delle 10 principali industrie italiane. Il calcio professionistico italiano vale il 12% del PIL del calcio mondiale. Considerando anche il calcio dilettantistico il fatturato complessivo del sistema calcio nella stagione 2017-2018 è stato pari a 4,7 miliardi di euro. Secondo l’algoritmo “Social Return On Investment Model”, sviluppato da Pwc, Arel e Figc, l’impatto socio-economico del calcio italiano nel 2017-2018 è stato stimato in circa 3 miliardi di euro. I settori coinvolti sono quello economico (742,1 milioni di contributo diretto all’economia nazionale), sociale (1.051,4 milioni di risparmio economico generato dai benefici prodotti dall’attività calcistica) e sanitario (1.215,5 milioni in termini di risparmio della spesa sanitaria), insieme a quello delle performance sportive. Nel 2016 la contribuzione fiscale e previdenziale aggregata del calcio professionistico ha sfiorato gli 1,2 miliardi di euro. La Serie A pesa da sola per il 72% della contribuzione complessiva, con un dato pari a 856,5 milioni di euro. La voce con la più alta incidenza riguarda le ritenute Irpef (50% del totale), seguite dall’Iva (21%), dalla contribuzione previdenziale Inps (12%), dalle scommesse sul calcio (11%) e dall’Irap (5%), mentre l’incidenza dell’Ires non supera l’1%. Negli ultimi 11 anni, l’ammontare della contribuzione fiscale e previdenziale del calcio professionistico italiano è stato pari a 11,4 miliardi di euro. Nello stesso periodo, i contributi erogati dal CONI alla FIGC sono stati pari a 749 milioni: significa che per ogni euro “investito” dal governo italiano nel calcio, lo Stato ha ottenuto un ritorno in termini fiscali e previdenziali pari a 15,2 euro.

Cosa vorrebbe dire per le squadre italiane, non concludere la stagione in corso? Qualche società rischierebbe di scomparire? 

Partiamo dal presupposto che, anche senza l’emergenza Coronavirus, il calcio professionistico italiano avrebbe chiuso la stagione 2019-2020 con un deficit aggregato di 290 milioni. Lo ha stimato la stessa Figc e sono numeri contenuti nella relazione inviata dal Coni al ministro Spadafora. Due scenari gli scenari presi in considerazione: Se i campionati terminassero a porte chiuse, il danno diretto legato all’emergenza Coronavirus sarebbe di 294 milioni di euro, oltre le perdite previste. Il rosso aggregato del calcio professionistico salirebbe così a 584 milioni di euro. Se invece non si riuscisse a terminare la stagione il danno diretto legato allo stop definitivo sarebbe di 504 milioni in più rispetto alle previsioni pre-coronavirus. In tutto, quindi, il rosso aggregato arriverebbe a quasi 800 milioni. Il rischio che molti club possano non superare la crisi è concreto, non solo tra i dilettanti (30% delle società a rischio default secondo le stime della Lega nazionale dilettanti) ma anche tra quelli di Lega Pro e Serie B. E anche in Serie A, tra i club meno solidi patrimonialmente, potrebbero esserci situazioni di crisi. Molto dipenderà dalla misure che saranno messe in campo dal Governo per dare sostegno al sistema.

Ci sono possibilità di vedere giocatori acquistati dai campionati al momento fermi?

No, al momento non sono state prese decisioni relative alle date del calciomercato, che ufficialmente aprirà il primo luglio per chiudersi (in Italia) a fine agosto/inizio settembre. Poi bisognerà vedere se e quanti campionati nazionali si disputeranno in estate. In attesa che il quadro diventi più chiaro, la Fifa sta studiando una possibile modifica delle date della campagna trasferimenti, con una finestra unica dal 1° settembre al 20 dicembre o da metà agosto a fine novembre, con il mercato sovrapposto ai campionati nazionali e alle coppe europee. Per quanto riguarda i contratti in scadenza al 30 giugno, invece, nel caso i campionati riprendano e la stagione 2019-2020 dovesse terminare più tardi, la FIFA potrebbe stabilire che fino al 30 luglio nessuno può cambiare squadra, favorendo i rinnovi e prolungando i prestiti “d’ufficio” per un mese.

Giusto tagliare gli stipendi ai giocatori?

Si, sono lavoratori come gli altri, anche se nella categoria figurano sia campioni superpagati sia, specie nelle categorie inferiori, calciatori che hanno stipendi non lontani da quelli di un impiegato. Anche per questo motivo la Lega Pro ha chiesto al governo la possibilità di fare ricorso alla cassa integrazione per i tesserati che percepiscono un reddito annuo inferiore ai 50 mila euro. Per quanto riguarda i top player, invece, mi sembra che sia passato il principio secondo cui anche gli atleti devono farsi carico dei danni subiti dal sistema, come dimostrano gli accordi già stipulati dai calciatori di Juventus, Roma e Parma con i rispettivi club.

Il calciomercato risentirà della crisi economica? Si abbasserano i valori dei loro cartellini? Assisteremo a un calciomercato di soli scambi e con pochi soldi che circolano?

Si, l’impatto sul calciomercato ci sarà. In generale si stima un crollo dei valori di mercato dei calciatori di circa il 30% rispetto ai livelli pre-crisi e di circa il 20% per i calciatori più giovani che possono rappresentare un investimento di lungo termine. Per quanto riguarda le dinamiche del prossimo mercato bisognerà tenere conto di quanto impatterà l’emergenza sanitaria sulla prossima stagione. Giocare parte della stagione 2020-2021 a porte chiuse avrà conseguenze negative sui ricavi dei club che difficilmente potranno garantire ingaggi pre-crisi ai nuovi acquisti. Quindi anche gli scambi di calciatori potrebbero essere limitati.

 

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